L’articolo 266 c.p.p. indica quali sono i reati le cui prove possono essere raccolte mediante intercettazione.

E’ la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza delle Sezioni Unite n. 36747 del 24 settembre 2003 a fornire la nozione di intercettazione.

Essa è identificata come quell’atto del procedimento effettuato mediante strumenti tecnici di percezione e che tende a captare il contenuto di una conversazione o di una comunicazione segreta tra due o più persone. Tale apprensione deve inoltre essere effettuata da un soggetto che occulta la sua presenza.

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…Un utilizzo persistente della stessa non è sinonimo di una costante ingerenza nella sfera privata della vittima…

Con la sentenza del 16.11.2012, sez. feriale, n. 44855, il Supremo Collegio, proseguendo la sua già espressa interpretazione circa il reato di cui all’art. 660 c.p., ha nuovamente affermato che la norma in esame, pur ricomprendendo al suo interno le molestie perpetrate tramite l’uso del telefono e attraverso messaggi sul cellulare, non prevede che le molestie possano essere poste in essere tramite un diverso mezzo, come la posta elettronica.

Il ragionamento della Corte di Cassazione muove dal presupposto che, oltre al mero dato testuale, la molestia attraverso l’apparecchio telefonico implica una stabile reciprocità tra chi effettua la telefonata e la vittima del reato.

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