Molto si dibatte, in dottrina ed in giurisprudenza, sull’effettiva portata del segreto professionale per i ministri di culto.

E’ fuor di dubbio che non sia limitato ai soli sacerdoti cattolici ma, come dice lo stesso codice, ai “ministri di confessioni religiose i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano” (art. 200 c.1 lett.a c.p.p.).

Quindi va da sé che il segreto non possa limitarsi a quanto appreso dal ministro di culto nel sacramento della confessione, sacramento che non esiste – ad esempio – nel cristianesimo protestante: quindi un’interpretazione restrittiva della norma porterebbe a svuotarla di contenuti.

Appare quindi corretta un’impostazione dottrinale che tenda a far coincidere il ministero dei religiosi con tutte quelle attività svolte nell’esercizio delle proprie funzioni, che non abbiano una natura meramente amministrativa, ma che si occupino della cura delle anime di coloro che si affidano al culto.

Quindi, come correttamente affermato dalla Suprema Corte (Cass. Sez. V pen., nr. 22827/2004), l’eventuale segreto professionale non può essere ritenuto a priori, ma va eccepito dal sacerdote allorchè la deposizione che gli viene richiesta, per aspetti particolari, possa incidere su fatti, comportamenti o notizie acquisiti” nel corso del proprio ministero”

“l’eventuale segreto professionale non può essere ritenuto a priori, ma va eccepito dal sacerdote allorchè la deposizione che gli viene richiesta, per aspetti particolari, possa incidere su fatti, comportamenti o notizie acquisiti” nel corso del proprio ministero”

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Venendo quindi al caso relativo al Cardinal Bagnasco ed a Monsignor Rigon, è fuor di dubbio che rientrino nel segreto professionale i comportamenti tenuti da un sacerdote sottoposto all’autorità del proprio vescovo e del vicario giudiziale di quest’ultimo, poichè pacificamente la cura delle anime dei sacerdoti, e la gestione delle loro funzioni, non può avere natura meramente amministrativa, ma anzi deve per propria natura essere solidamente ancorata ai valori morali e fideistici espressione della culto religioso.

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Stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio e uso personale

Stupefacenti – Destinazione ai fini di spaccio – Esclusivo uso personale – Condizioni – Parametri di valutazione (D.P.R. 309/90 art 73 e in partic. art. 73 c. 5).

La mera detenzione di sostanza stupefacente contenente una quantità di principio attivo superiore al limite di legge non costituisce reato, dovendosi aver riguardo agli altri parametri normativi che dovranno essere sottoposti ad una rigorosa motivazione da parte del giudice di merito.

Tribunale di Genova, Giudice per l’udienza preliminare- sentenza n. 246 del 13 febbraio 2013 (ud. 13 febbraio 2013) Tizio, imputato.
La mera detenzione di sostanza stupefacente contenente una quantità di principio attivo superiore al limite di legge non costituisce reato, dovendosi aver riguardo agli altri parametri normativi che dovranno essere sottoposti ad una rigorosa motivazione da parte del giudice di merito.
Omissis – Dagli atti risulta che Tizio veniva sottoposto a controllo perché sorpreso da Carabinieri in borghese nei [omissis], appartato in un angolo, intento a consumare stupefacente. Sottoposto a perquisizione risultava in possesso della sostanza indicata in rubrica (cocaina ndr).
Nell’immediatezza Tizio dichiarava di fare uso saltuario di cocaina. Continua a leggere

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Le parti indicano così le conversazioni da acquisire ed il GIP ne dispone l’acquisizione, salvo che siano inutilizzabili o manifestamente irrilevanti.

Perchè si possa attivare il complesso meccanismo delle intercettazioni è necessaria l’azione congiunta del Pubblico Ministero e del Giudice per le Indagini Preliminari. Il PM infatti, dà il via alla procedura richiedendo al GIP l’autorizzazione a disporre le necessarie operazioni inviandogli la documentazione da cui emerge la sussistenza dei presupposti occorenti; quest’ultimo provvede quindi sulla richiesta con decreto motivato. Da questo momento in poi è il Pubblico Ministero che gestisce le operazioni e ne stabilisce le modalità: lo fa mediante un decreto che ne indica la durata, che non può superare i 15 giorni, ma prorogabile di altri 15 giorni con decreto motivato del GIP. La proroga è subordinata al permanere dei presupposti di cui all’art. 267 c 1 c.p.p. Inoltre qualora vengano disposte intercettazioni per reati di criminalità organizzata, la durata delle operazioni non può essere superiore a 40 giorni, prorogabili dal giudice per ulteriori periodi di 20 giorni, sempre con decreto motivato.
Per quanto concerne le modalità operative, la Procura della Repubblica deve servirsi esclusivamente dei propri impianti e solo ove questi siano “insufficienti o inidonei” e “sussistano eccezionali ragioni di urgenza”, con un provvedimento motivato il PM può disporre l’utilizzo di impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria.
Ove si tratti di intercettazioni di comunicazioni informatiche o telematiche, può essere disposto dal Pubblico Ministero che le operazioni vengano svolte impiegando impianti privati. Continua a leggere

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