Le parti indicano così le conversazioni da acquisire ed il GIP ne dispone l’acquisizione, salvo che siano inutilizzabili o manifestamente irrilevanti.

Perchè si possa attivare il complesso meccanismo delle intercettazioni è necessaria l’azione congiunta del Pubblico Ministero e del Giudice per le Indagini Preliminari. Il PM infatti, dà il via alla procedura richiedendo al GIP l’autorizzazione a disporre le necessarie operazioni inviandogli la documentazione da cui emerge la sussistenza dei presupposti occorenti; quest’ultimo provvede quindi sulla richiesta con decreto motivato. Da questo momento in poi è il Pubblico Ministero che gestisce le operazioni e ne stabilisce le modalità: lo fa mediante un decreto che ne indica la durata, che non può superare i 15 giorni, ma prorogabile di altri 15 giorni con decreto motivato del GIP. La proroga è subordinata al permanere dei presupposti di cui all’art. 267 c 1 c.p.p. Inoltre qualora vengano disposte intercettazioni per reati di criminalità organizzata, la durata delle operazioni non può essere superiore a 40 giorni, prorogabili dal giudice per ulteriori periodi di 20 giorni, sempre con decreto motivato.
Per quanto concerne le modalità operative, la Procura della Repubblica deve servirsi esclusivamente dei propri impianti e solo ove questi siano “insufficienti o inidonei” e “sussistano eccezionali ragioni di urgenza”, con un provvedimento motivato il PM può disporre l’utilizzo di impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria.
Ove si tratti di intercettazioni di comunicazioni informatiche o telematiche, può essere disposto dal Pubblico Ministero che le operazioni vengano svolte impiegando impianti privati. Continua a leggere

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…Un utilizzo persistente della stessa non è sinonimo di una costante ingerenza nella sfera privata della vittima…

Con la sentenza del 16.11.2012, sez. feriale, n. 44855, il Supremo Collegio, proseguendo la sua già espressa interpretazione circa il reato di cui all’art. 660 c.p., ha nuovamente affermato che la norma in esame, pur ricomprendendo al suo interno le molestie perpetrate tramite l’uso del telefono e attraverso messaggi sul cellulare, non prevede che le molestie possano essere poste in essere tramite un diverso mezzo, come la posta elettronica.

Il ragionamento della Corte di Cassazione muove dal presupposto che, oltre al mero dato testuale, la molestia attraverso l’apparecchio telefonico implica una stabile reciprocità tra chi effettua la telefonata e la vittima del reato.

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